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Qual è l’origine della formula ‘se qualcosa può andare storto, lo farà’? dettagli storici poco noti

📅 26 Agosto 2026✍️ di Marina Falsetti⏱️ 6 min di lettura

Nel retropalco dell’ingegno umano, le leggi non nascono sempre in biblioteca. A volte escono da un’officina polverosa, tra cavi invertiti e facce stupite. La formula “se qualcosa può andare storto, lo farà” ha l’odore di metallo scaldato e cronometri, ma anche il sorriso ironico di chi insegue l’imprevisto e poi lo batte in scena, come un cambio luci riuscito al millesimo.

Da dove nasce davvero la frase “se qualcosa può andare storto, lo farà”?

La frase è collegata ai test MX981 del 1949 sulla pista a razzo di Edwards, in California, ed è attribuita all’ingegnere Edward A. Murphy Jr., resa celebre dal colonnello John Paul Stapp. Nacque come monito tecnico più che come battuta, e solo dopo diventò “Legge di Murphy”.

Il contesto era feroce: bisognava misurare quanto un corpo umano potesse sopportare la decelerazione estrema. In un test chiave, dei sensori di accelerazione vennero cablati in modo errato e i dati risultarono inutili. Murphy, noto per la lingua tagliente quanto per le brugole, sbottò contro un tecnico: una frase sull’inevitabilità dell’errore se esiste una via per commetterlo. Stapp capì la potenza pedagogica della sintesi e iniziò a ripeterla, trasformandola nella “legge” che tutti ricordiamo.

È vero che tutto nacque da un errore di cablaggio durante un test a razzo?

Sì, il racconto più diffuso parla di trasduttori montati al contrario, con letture nulle che mandarono in fumo una giornata di prove. Alcuni dettagli sono discussi dalle fonti, ma il cuore dell’episodio – l’errore banale che rovina il risultato – è confermato dai protagonisti.

I test MX981 non erano uno scherzo: il “passeggero” del carrello a razzo era spesso lo stesso Stapp, che poi divenne un campione della sicurezza. Il cablaggio sbagliato fu il tipico inciampo che in teatro chiameremmo “sipario che non scende”: semplice da capire, devastante quando capita. Lì nacque la formuletta, un guizzo di umorismo nero messo al servizio della disciplina di progetto.

Perché la chiamiamo “legge” e non una semplice battuta di spirito?

Perché fu usata come principio operativo per progettare con margini, ridondanze e controlli incrociati. Ingegneri e collaudatori la citarono come regola d’oro per prevenire il peggio, non per aspettarlo rassegnati.

La parola “legge” fa sorridere, ma nella pratica serviva a imprimere un’idea: ogni azione umana è fallibile e ogni componente può comportarsi fuori specifica. Venne presto collegata ai metodi dell’Affidabilità dei sistemi, che impongono analisi dei guasti, alberi di errore e piani di mitigazione. Non un memento mori, insomma, bensì un cartello stradale con la freccia su “attenzione”.

Esistevano proverbi simili prima della Legge di Murphy?

Sì, e non pochi. Nel mondo anglosassone circolava “Sod’s Law”, cugina amara secondo cui se c’è una possibilità di danno, colpirà la persona meno fortunata. Negli ambienti fantascientifici dei tardi anni ’40 comparve “Finagle’s Law”, variazione più burlona sulla malizia dell’universo.

Indietro nel tempo, alcuni studiosi citano echi ottocenteschi: il matematico Augustus De Morgan scriveva che ciò che può accadere, accadrà prima o poi, riferendosi alla probabilità. Quelle frasi non sono Murphy, ma le somiglianze dimostrano che l’intuizione serpeggiava da tempo. Murphy ebbe il merito di metterla in tuta da lavoro e casco, pronta per la pista.

Qual è la formulazione originale: è davvero “If anything can go wrong, it will”?

Probabilmente no. La versione attribuita a Murphy suonava più personale: “If there’s any way to do it wrong, he will”, detta riferendosi a un tecnico. La forma “se qualcosa può andare storto, lo farà” si fissò più tardi per chiarezza e universalità.

Le prime stampe tra il 1951 e il 1952 in riviste tecniche statunitensi mostrano la frase già vicina alla forma canonica. È il classico passaggio dal retropalco alla platea: si lima, si accorcia, si rende citabile. E, Vaudeville docet, la battuta migliore è quella che sopravvive all’attore.

Come è passata dai collaudi militari alla cultura pop globale?

Grazie alle conferenze e alle interviste di Stapp, che la usò per promuovere protocolli di sicurezza più severi. Da lì, giornali, manuali tecnici, sitcom e poster da ufficio la trasformarono in un tormentone planetario.

Nel frattempo, l’industria aerospaziale ne fece un’arma difensiva. La nascente NASA adottò filosofie di progetto che trattavano l’errore come un ospite non invitato ma inevitabile: ridondanza, checklist, “fail-safe”. Se la Legge di Murphy ha un lato luminoso, sta proprio qui: costringe a illuminare gli angoli bui prima che inciampi qualcuno.

Quali dettagli storici poco noti aiutano a capire meglio questa origine?

Primo: la “legge” nacque in un ambiente dove l’eroe era il collaudatore, non il progettista. Stapp, che mise in gioco il proprio corpo, sapeva che un cablaggio sbagliato non è un peccato veniale ma una roulette russa. Per questo la rilanciò con fervore quasi missionario.

Secondo: all’epoca, documentare gli errori non era glamour. Eppure i team di Edwards scrivevano report maniacali sugli insuccessi. Quella cultura della trasparenza fece da fertilizzante: la frase di Murphy si diffuse perché trovò orecchie abituate a imparare dal fiasco, non a seppellirlo.

Terzo: la sovrapposizione con “Sod’s Law” creò un curioso effetto transatlantico. In UK la si usava per ridere dello sfigato di turno; negli USA divenne un principio ingegneristico. Stessa ironia di scena, due regie diverse.

La Legge di Murphy è davvero pessimista o può essere uno strumento positivo?

È uno strumento positivo se la si legge come invito ad anticipare i guasti e a costruire barriere multiple. Il pessimismo entra solo quando ci si arrende: l’originaria lezione di pista chiedeva invece ridondanza, test e disciplina.

Tradotta nel quotidiano, vuol dire: doppie prove audio prima dello spettacolo, piani B per le trasferte, batterie di scorta nelle tasche del cappotto. In ingegneria è FMEA, in teatro è una scaletta con note a matita e gaffer tape. In entrambi i casi, gli imprevisti perdono il gusto della sorpresa.

Quali sono gli errori comuni nel raccontarne la storia?

Primo, mitizzare Murphy come un menagramo: era un professionista attento alla qualità. Secondo, credere che la frase sia spuntata dal nulla nel 1949: aveva antenati linguistici e culturali. Terzo, prendere alla lettera ogni dettaglio del “giorno del cablaggio”: le versioni divergono, ma la sostanza – l’uso della massima come scudo progettuale – resta salda.

Domande rapide

Chi è il volto pubblico della Legge di Murphy? John Paul Stapp, che la popolarizzò nei briefing e con la stampa.

Dove avvenne l’episodio chiave? Alla base di Edwards, durante i test di decelerazione MX981.

È una legge scientifica? No, è un principio euristico e culturale usato in progettazione.

C’è un equivalente britannico? Sì, “Sod’s Law”, più caustica e popolare nel Regno Unito.

Qual è la lezione pratica? Progetta come se l’errore fosse certo: ridondanze, checklist, test.

È solo sfortuna? No, è statistica delle possibilità e fallibilità umana.

Marina Falsetti

Marina ha lavorato per anni dietro le quinte di piccoli teatri, raccogliendo storie di attori, registi e spettatori eccentrici. Nei suoi articoli porta la magia e i retroscena divertenti dell’entertainment locale, con una dose di nostalgia e molta ironia.